Modernità
e
postmodernità sono, in qualche modo, due termini
inclusivi nel senso che ciascuno aiuta a comprendere l’altro
ma, mentre è possibile definire la modernità in
quanto delimita un tempo già dato, storicizzato, che
può raccontarsi, la postmodernità non
è definibile poiché è tempo
ancora fluente e dentro al quale si producono avvenimenti in
fieri, non conclusi e non storicizzabili.
In breve
esaminiamo il significato di questi due termini e, quindi di queste due
epoche.
La parola “moderno”nel Medioevo
aveva una connotazione svalutativa, decadente poiché faceva
riferimento a cose, eventi, scritti di
recente, ( l’avv.
modo= adesso,
vicino) quindi, insignificanti
rispetto alle opere classiche Oggi, invece, la
parola modernità rientra nella categoria delle
innovazoni che sono preferibili rispetto alle cose lontane nel tempo..
La
modernità sull’onda della cultura illuministica e
della filosofia egheliana vuole sottolineare, in particolare:
a
- il mito del progresso incessante, infinito;
b - il progressivo dominio della natura;
c
– l’ideale della fratellanza universale,
cosmopolita, in nome della comune ragione:
libertè,
egalitè, fraternità. Da cui
le Carte dei diritti dell’uomo e l’inizio
degli Stati moderni, con il superamento, come afferma Max Weber, delle
vecchie tradizioni culturali, statuali, economiche, religiose.
Noi
per economicità ed efficacia potremmo definire la
modernità come “
la capacità
della
mente umana di conferire unità ai grandi processi dello
spirito e, per riflesso, alle grandi formazioni geopolitiche”
Infatti la modernità è il tempo delle
grandi ideologie, filosofie, religioni fondate, come dice Lyotard ,
sulle grandi narrazioni e dei corrispettivi grandi imperi o stati
nazionali.
E’ il tempo del
pensiero forte, dai grandi orizzonti di senso e di
“salvezza”entro i quali l’uomo
realizza se stesso e la propria vocazione.
La
postmodernità
è esattamente l’opposto: il tempo del
pensiero
debole, di un pensiero per piccoli processi spirituali, il
tempo della
destrutturazione, frantumazione dei grandi processi spirituali e
geopolitici: infatti dove sono più le grandi ideologie, le
grandi filosofie, le granitiche religioni? Dove sono più i
grandi Imperi o le solide nazioni? Come intuiva il
“folle” vate Friedrich Hölderlin, con il
postmoderno inizia il disfacimento teoretico ed empirico di una
civiltà. In questa ambivalente epoca di transizione,
infatti, tutto è ridotto a scale con
rapporto alle specializzazioni senza grandi sfondi
concettuali.
Ne parlano J.F. Lyotard in:
La
condizione del postmoderno o nel Postmoderno spiegato ai bambini e
Gianni Vattimo in :
La società trasparente o
in:
Il pensiero
debole.
La postmodernità
dà
origine alla società complessa, ossia non lineare e semplice
come la società della modernità. Essa
può così schematizzarsi:
- una società con una
pluralità di punti di
riferimento, una moltiplicazione di mondi vitali, una
società con visioni polioculari e non più
monoculari ( quante etiche? Quante religioni? Quante politiche? Quante
ideologie? ecc..)
- Una
società che oscilla tra mondialismo ( globalizzazione,
finanze, internet ecc…) e localismo (mai si sono
verificate tante rivendicazioni di autonomia etnica,
religiosa, amministrativa)
- E’
una società dagli alfabeti al plurale: orale e
scritto, telematico, virtuale, mediatico da internet, messaggistico da
cellulare ecc..
- E’
una società dell’ansia e del disagio,
perché dice Gadamer:” per la prima volta
l’uomo è solo con se stesso, in una forma di
autoalienazione perché non conosce un cammino di
salvezza” Sono scomparsi infatti gli orizzonti di
“salvezza” rassicuranti.
Quando
e come avviene il trapasso dalla modernità alla
postmodernità?
Molti autori ritengono che Auschwitz
prima e il muro di Berlino poi abbiano “liquefatta”
e “destrutturarata” la modernità
facendoci entrare nell’epoca fluida della
postmodernità.
Noi pensiamo che il fenomeno sia
più complesso e legato ai grandi processi di democrazia,
ai
fenomeni mediatici per cui internet e la TV sono in grado
di sconvolgere e relativizzare il solido mondo della
modernità, ma crediamo soprattutto che la post
modernità trova le sue radici in quelle
correnti filosofiche che, ai primi del ‘900 hanno spezzato
quel percorso tradizionale che da sempre garantiva alla
cultura uno sviluppo continuo e in senso lineare. La
filosofia tradizionale si è sviluppata attorno ai concetti
di
sostanza,
identità,
non-contraddizione che postulano
esigenze di ordine oggettivo:
- Ordine cosmico per i greci
che pensano allo sviluppo come
passaggio dal caos al cosmos.
- Ordine perfettivo per i
cristiani che sono chiamati a
sviluppare e perfezionare il creato.
- Ordine naturale per i
naturalisti che si ispirano alle leggi
naturali iuxta propria principia
Con tali presupposti tutto diventa più semplice:
L’educazione
è una semplice
adaequatio ossia un
modellamento al modello o
paradigma:
kalokagathia ( uomo bello e buono ) per i greci;
l’uomo
etico
per i cristinani;
l’uomo scientifico
per i
naturalisti. Mentre il nostro tempo rimette tutto in discussione. K.
Marx con l’inconscio collettivo della alienazione; S. Freud
con l’incoscio personale dell’ES; F. Nietzsche, con
la morte di Dio, delegittimano la tradizionale filosofia, etica,
religione.
A ciò si aggiunga la crisi
della “verità” tradizionalmente intesa a
causa delle nuove teorie della conoscenza che impongono una svolta
epistemologica con una radicale revisione del valore e della natura
della conoscenza stessa che rappresentava, come sopra accennato, un
rispecchiamento della realtà, l’adaequtio rei et
intellectus:
una conoscenza oggettiva, universalmente
riconoscibile e
definibile.Ora, le nuove scienze dalla filosofia
del
linguaggio all’ermeneutica, alla filosofia della scienza e
del liguaggio sottolineano che la verità
non si limita a riflettere una realtà esterna, ma
costituisce una forma attiva di costruzione in rapporto al contesto con
cui si manifesta e alle relazioni sociali che si sviluppano
sicché la verità non è più
una
adaequatio rei et intellectus, ma il risultato
di una azione
politica, di una prospettiva da cui si guarda la
realtà. La conoscenza dunque non ha più
la capacità di cogliere leggi universali ma
sarà legata alla cultura del momento e ai processi simbolici
interpretativi.
Per (non) concludere. Da
queste premesse, a
mio avviso, nascono tutte le difficoltà e
complessità del tempo che ci è dato vivere e di
fronte al quale noi dobbiamo porci con
responsabilità ( res-ponere). Dobbiamo essere
consapevoli della situazione radicalmente cambiata. Non
abbiamo più l’ombrello protettivo delle ideologie,
delle filosofie e neppure quello di Chiese solidamente fondate sulla
roccia. L’odierna politica è figlia
diretta della postmodrnità; la verità
è più
soggettiva e aggiustata
ad
personam donde lo sfrenato soggettivismo, individualismo che
pervadono
la società disorientandola e disgregandola.
L’uomo
della postmodernità è
solo:
ma questa
è la grande sfida, il grande impegno degli uomini del
neoumanesimo che hanno il compito di porsi dinanzi a
quest’uomo “nudo” per rivestirlo di
umanità. Perché la
postmodernità rischia di dissanguare
l’uomo tecnologico e specialista deprivandolo della sua anima.
Il
neo-umanesimo differisce da tutti gli altri movimenti
i
quali,generalmente, parcellizzano l’uomo e distribuiscono
“cose” sia in promesse materiali che in beni
spirituali.
Noi Erasmiani, con umiltà non formale
ma anche con con decisione, vogliamo interessarci dell’uomo,
olisticamente inteso, ossia percepito nella sua interezza e
pienezza, una persona con la scintilla divina di cui parla
Plotino e che possiede la forza e la capacità di
trascendersi incessantemente,in nome di quella religione umana,
presupposto di altri livelli di fede, che Erasmo chiamava
umanesimo.